Il modo di essere “Invictus” di W. E. Henley

Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Credo che ognuno di noi abbia almeno una volta nella vita letto o sentito queste parole.

Si tratta del finale della poesia INVICTUS di William Ernest Henley, scritta nel 1875 e pubblicata nel 1888, la cui traduzione dal latino significa NON VINTO o MAI SCONFITTO.

Perché tutto questo? Cosa c’è di così speciale?

Henley fu colpito da una grave malattia in età preadolescenziale, il morbo di Pott, ovvero una tubercolosi ossea che all’epoca lasciava poche speranze.

Nonostante questa grave patologia, che gli causò tra l’altro l’amputazione di una gamba a 25 anni, la sua forza di volontà lo spinse a raggiungere traguardi importanti e a vivere fino all’età di 53 anni, cosa impensabile fin dal giorno della sua scoperta.

Oggi la medicina ha fatto progressi incredibili e le aspettative di vita sono elevate, ma questo sembra aver da un lato forse reso “assonnato” il nostro spirito guerriero, quella forza interiore che spinge a mettersi alla prova, a superare i limiti e arrivare a traguardi più ardui.

Tutto è facile e arrivabile, se per tutto intendiamo le cose comuni.

Ma come alziamo l’asticella, sembra che il peso del mondo aumenti in maniera esponenziale.

Probabilmente stiamo diventando troppo leggeri noi.

Siamo sempre meno abituati a cadere e, di conseguenza, rialzarsi diventa più difficile con gambe così deboli.

E pensare che Henley ne ha avuta solo una per metà della sua vita…

Questa poesia è stata di ispirazione e ha dato forza a grandi personaggi durante momenti bui come la prigionia, due su tutti Oscar Wilde e Nelson Mandela.

Vi lascio quindi alle parole di questo guerriero, scritte su di un letto di ospedale in una delle sue numerose battaglie, dalle quale magari sarà uscito stremato e a pezzi come anche a noi succede, ma non vinto, mai sconfitto.

INVICTUS

di William Ernest  Henley

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all’altro 
Ringrazio qualunque dio ci sia
Per la mia anima invincibile.

Nella stretta morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi avversi della sorte
Il mio capo sanguina ma non si china.

Oltre questo luogo di rabbia e lacrime
Incombe solo l’orrore della fine.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
Quanto impietosa la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

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